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Mi parlavi del silenzio – una
remota stanza – e anche l’assenza
cullata dal tuo riso – infantile
prodigio – mutava viso. Beffata
era l’ansia della morte, di quello
sbattere di porte tra isole assorte,
sporte su sgomenti di ombre corte.
E anche ora, che la tua voce tace,
resta un quieto gioco nel sole
il labirinto delle ore: fola
arresa al senso della tua parola.
di "Antonio Carano"
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